Lombardesimo e venetismo, nemici o alleati naturali?

Dal confine alpino al crinale dell’Appennino Tosco-Emiliano, l’Italia transpadana e cispadana, ha una sua specifica ragione di essere, una sua fisionomia economica, produttiva, storica e anche linguistica. La Liguria, il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia e le tre Venezie, cioè l’intera Italia settentrionale nel suo insieme, forma un’armonica unità geografica, economica, etnica e spirituale, degna di governare sè stessa.

Gianfranco Miglio

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Chiunque ci segue saprà di sicuro che il Lombardesimo, l’etnonazionalismo cisalpino, promosso da Grande Lomabardia, contrasti con il venetismo, per il fatto che il primo parli di un’unica Nazione comprendente tutto il Settentrione della Repubblica Italiana, mentre il secondo rifacendosi alla Repubblica di Venezia, vede in un ipotetico centralismo milanese una minaccia non da meno di quello romano. In effetti le due ideologie presuppongono davvero non poche differenze. Il nostro Lombardesimo è un’ideologia intrinsecamente legata al Nord-Ovest della RI, macro-area linguisticamente gallo-italica (riconosciamo tranquillamente che il raggio d’azione di Grande Lombardia sia concentrato innanzitutto nella Lombardia Etnica), di ascendenza celto-ligure. Il venetismo, dal canto suo, per ovvi motivi è legato al Nord-Est reto-venetico, linguisticamente appunto veneto e retoromanzo. Il Nord-Ovest per gran parte della sua storia è stato politicamente diviso e più spesso in balia di potenze straniere (dopo la gloriosa parentesi di Gian Galeazzo Visconti), contrapposto ad un Nord-Est plasmato negli ultimi secoli dalla medesima Serenissima Repubblica di Venezia, un potentato che nel suo periodo di massima espansione arrivò a comprendere l’odierno Veneto, Friuli, la Lombardia orientale e gran parte della costa adriatica dei Balcani. Il Nord-Ovest è sempre stato una delle terre economicamente più sviluppate d’Europa mentre il Nord-Est è tornato ad esserlo in tempi relativamente recenti dopo un lungo periodo fatto di povertà ed emigrazione. Attualmente nel Nord-Ovest l’identità locale è sull’orlo dell’estinzione a tratti in modo quasi irreversibile, mentre il Nord-Est per vari motivi l’ha conservata meglio.

Alla luce di tutto ciò, si può però dire che si tratti di due realtà completamente diverse ed incompatibili? Nel loro insieme in verità assolutamente no, dal momento che al netto delle differenze sopracitate le due realtà condividano lo stesso spazio geografico posto tra le Alpi e gli Appennini (tra la Penisola Italica vera e propria e l’Europa continentale), la similitudine etno-linguistica, la storia (l’epopea della Lega Lombarda del 1167 ne è solo un esempio)e non da ultimo le sfide legate all’attualità.  Difatti, se si può parlare di una certa incompatibilità, essa è più legata al fatto che il Lombardesimo sia interessato a promuovere la riscoperta del concetto medievale di Lombardia. Essendo tale concetto legato alla Langobardia Maior (con le dovute variazioni) ed all’intero spazio geografico alpino-padano, esso comprende pure il Triveneto andando così a contrastare con l’identitarismo venetista che appunto si ispira alla Serenissima Repubblica di Venezia, in origine un “frammento” bizantino incastonato in Cisalpina, divenuto in seguito una potenza marittima, politica e commerciale.

Con l’espansione di Venezia nella terraferma, l’unità linguistica e culturale che contraddistingueva lo spazio geografico alpino-padano venne spezzata. A riprova di ciò pensiamo al fatto che dal XV secolo in poi, in gran parte del Triveneto molte parlate simil-gallo-italiche o retoromanze (pensiamo in primis a Verona e Trieste) vennero soppiantate dal dialetto veneziano, che sta alla base della lingua veneta odierna. Tale “cluster” linguistico essendo il più latinizzato ed il più privo di influssi celto-germanici, nel contesto alpino-padano, risulta il più simile all’italiano. Del resto nel Basso Medioevo è attestata l’esistenza di una koinè lombardo-veneta (detta anche koinè lombardo-medievale o koinè padana) il volgare illustre dell’Italia settentrionale, la cui esistenza è testimoniata anche dal “padre” della lingua italiana Dante Aligheri, e da studiosi linguisti più recenti come Bernardino Biondelli, Adolfo Musaffia, Carlo Tenca, Graziadio Isaia Ascoli e Carlo Tagliavini. Quest’ultimo citò tali autori medievali come Bonvesin de la Riva, Giacomino di Verona, Uguccione di Lodi e Girardo Patecchio come esponenti principali di tale koinè linguistica.

Abbiamo quindi da una parte un identitarismo basato in primo luogo su fattori etnici, mentre dall’altra un identitarismo basato più sulle glorie di un’entità statale esistita in passato, entità statale che però non poteva dirsi esattamente uno stato etnico. Difatti sarebbe assurdo parlare di un unico popolo da Bergamo a Perasto (o anche Candia), per quanto a qualcuno ciò possa sembrare più accettabile della retorica dell’unica famiglia dalle Alpi alla Sicilia. A questo punto uno potrebbe tirare in ballo i veneti antichi, popolazione da una parte distinta dai celti cisalpini, ma dall’altra strettamente legata a questi per vincoli genetici, culturali e pure storici. Ci basti pensare ai territori che furono dei celti cenomani, corrispondenti alle odierne provincie di Brescia e di Verona, i quali vennero in seguito inseriti nella Regio romana X Venethia et Histria. Ma oltre a questo dobbiamo pure tenere a mente che il Triveneto, tra la presenza di popolazioni retoromanze (i quali ricordiamo vivono in zone sfuggite alla venetizzazione, motivo per cui pure oggi parlino i loro idiomi che rappresentano una versione “arcaica” del gallo-italico) e le varie minoranze slavofone e germanofone, è tutt’altro che etno-linguisticamente omogeneo. Infatti se da una parte può essere comprensibile la volontà dei veneti di smarcarsi dai lombardi, lo è anche la volontà dei friulani di smarcarsi dai veneti stessi. E a proposito di Friuli, non possiamo fare a meno che ricordare dell’antica presenza dei celti carni, e del profondo segno che ci lasciarono i longobardi sia in termini genetici, che in termini storici. Pensiamo al tempio longobardo di Cividale, e al fatto che fu proprio l’odierno Friuli, il luogo in cui ci misero piede i longobardi stessi condotti da Alboino, una volta entrati in Cisalpina. In poche parole, quella che fu l’Austria longobarda è parte integrante della nostra storia e della nostra identità.

Tuttavia ritengo che non sarebbe giusto liquidare il venetismo come ideologia nemica a prescindere, così come il liquidare la Serenissima come un vecchio stato-apparato commerciale “bizantino” senza alcun valore.  Noi lombardisti ovviamente preferiremo sempre ispirarci al sogno di Gian Galeazzo Visconti, il quale ad un certo punto fu ad un passo dal riunire sotto Milano ed il Ducale Insubrico l’intera Cisalpina e la Toscana, riportando così in vita quella che fu la Langobardia Maior. Però dobbiamo ammettere che con la sua morte, il Ducato di Milano non solo perse le terre conquistate ma andò gradualmente in rovina finendo per essere in balia di varie potenze straniere, cosa che culminò col disastroso dominio spagnolo, precursore di quello italo-romano in quanto a malgoverno mediterraneo. Disastroso dominio spagnolo dal quale sfuggirono Bergamo e Brescia, che sotto Venezia conobbero un discreto grado di autonomia e prosperità, al punto che con l’invasione da parte della Francia napoleonica, molti lombardi orientali, come Moscheni ed il brigante bergamasco Paci Paciana entrarono nella storia (storia trascurata dalla storiografia italiana) come rivoltosi anti-francesi, dimostrando fino all’ultimo la loro avversione nei confronti degli occupanti giacobini, e la loro fedeltà alla Repubblica di San Marco. Senza dubbio, la Serenissima va anche ommaggiata per il ruolo fondamentale che svolse nel contrastare l’avanzata ottomana nel Mediterraneo.

Quindi sono del parere che il “longobardo” lombardesimo e il “bizantino” venetismo non debbano essere per forza visti come due pensieri che si escludono a vicenda a prescindere. Non solo perchè i nostri “bizantini” ce li abbiamo pure noi gallo-italici in Romagna così come il Triveneto ha i propri “crucchi” tra minoranze germanofone e zone piuttosto longobardizzate, andando a formare così una nostra diversità che sarebbe una manna dal cielo in confronto a quella che siamo costretti a subire oggi, ma anche in virtù del fatto che condividiamo lo stesso spazio vitale e che veniamo oppressi allo stesso modo sia da Roma che da Bruxelles, che da altri scherani del mondialismo.

Nel contesto europeo, un etnostato alpino-padano, senza zavorre di vario tipo, avrebbe la potenzialità di essere un gigante economico, il quale pure in altri ambiti unirebbe il meglio dell’Europa continentale con il meglio dell’Europa mediterranea, e che tra le altre cose svolgerebbe la funzione di ponte pure tra l’Europa occidentale e quella centro-orientale, aspirando ad un ruolo di prim’ordine nella rinascita identitaria del Vecchio Continente. Che questo sia realizzabile o no, ritengo comunque che si tratti di una direzione verso la quale varrebbe la pena muoversi. Che poi questo stato debba essere unitario, federale o anche confederale, ora come ora è giusto che sia materia di discussione. Così come è materia di discussione, se i popoli alpino-padani debbano ottenere la libertà, marciando sin da subito tutti insieme, oppure se per tale fine, devono puntare ad un eventuale effetto domino.

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Perchè il Lombardesimo è ancora attuale

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Per rispondere a tale quesito inziamo col porci la seguente domanda:

Quali sono i principali aspetti negativi del fatto che la Lombardia e la Cisalpina intera facciano parte dello stato italiano?

  1. Sfruttamento economico            

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La Regione Lombardia (l’ente artificiale che comprende solo una parte delle terre storicamente lombarde, che noi chiamiamo “Pirellonia”), assieme ad altre regioni settentrionali della Repubblica Italiana, rispetto al Centro-Sud, produce di più e riceve di meno in termini economici. Il referendum sulla cosiddetta autonomia differenziata, che ha avuto luogo nella “Regione Lombardia” e in Veneto il 22 ottobre 2017, per quanto imperfetto ed incompleto, da un punto di vista lombardista “radicale” è comunque legato all’oggettiva necessità di smussare questa grave imperfezione dello stato italiano. Imperfezione derivata a sua volta dal fatto che in Italia, vige il modello socio-economico per il quale al Centro-Sud spetta la politica e la cultura, mentre al “Nord” il lavoro e l’economia. Modello economico che si è dimostrato fallimentare, soprattutto negli ultimi tempi, in cui per lo sviluppo economico e per la qualità della vita, la Repubblica Italiana si ritrova ad essere superata pure da alcuni paesi dell’Est Europa.

2. Distruzione dell’identità della Lombardia e dei popoli autoctoni della Cisalpina

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Dato che la Repubblica Italia si fonda sul sopracitato modello per il quale al Sud spetta la politica e la cultura, mentre al “Nord” gli affari, non occorre una mente geniale per comprendere che da lombardi/cisalpini sia necessario riscoprire la propria identità popolare ed etno-linguistica.Identità che lo stato italiano e i nostri conterranei in combutta con esso, tramite decenni di propaganda e di migrazioni “interne” ed extraeuropee, cerca in tutti i modi di eradicare, ahinoi, per ora con successo. A causa di questo i lombardi etnici ( i gallo-italici ad esclusione dei liguri e dei romagnoli) e i gallo-italici in generale, si ritrovano ad essere una minoranza nella propria terra, con la propria lingua e la propria cultura sempre di più relegate all’oblio. Si tratta di una conseguenza non tanto dei flussi migratori in sè, ma del fatto che nel corso degli ultimi decenni i lombardi stessi siano stati convinti che rinunciare alla propria identità popolare sarebbe un atto progressista ed umanitario. Atto che a sua volta sarebbe necessario per aprirsi al mondo, per andare d’accordo con tutti e per togliersi il peso legato ad un passato da lasciarsi alle spalle. Tutto ciò prima in nome dell’Unità d’Italia e successivamente anche del villaggio globale, perchè si sa, siamo in Europa e non nel villaggio di “Asterix”. In tale ottica, il Lombardesimo, portato avanti dal movimento d’opinione Grande Lombardia e da Paolo Sizzi, il suo più noto Padre Fondatore, si propone come alfiere di una controcultura “neopadanista”, volta a far rinascere l’identitarismo lombardo e cisalpino, dopo che la suddetta causa venne ignobilmente tradita da quelle forze politiche che in principio avevano il compito di portarlo avanti. La Lega Nord dei primi tempi fece l’errore di voler creare la Padania prima che creare i padani. Noi lombardisti invece siamo consapevoli del fatto che per creare la Grande Lombardia, vadano prima creati, o meglio ricreati i lombardi.  Un popolo che non conosce il proprio passato non può avere un proprio futuro e a quei lombardi che non vogliono accettare tale verità, non resterà altra scelta che essere dei ciechi consumatori atomizzati, in balia di altri popoli più forti, uniti e consapevoli di chi sono e dei propri interessi.

3. Distruzione del territorio della Cisalpina/Grande Lombardia

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La Lombardia è una Nazione posta a cavallo tra il Mediterraneo e l’Europa continentale, da secoli rappresentante uno dei motori economici del vecchio continente. L’essere meta d’immigrazione da mezzo mondo e la perdita dell’identità locale, non sono l’unico effetto collaterale di tutto ciò, dal momento che sia noi che le generazioni future, dovranno fare fronte pure alla progressiva distruzione del Suolo e dell’ecosistema della Grande Lombardia. La Pianura Padana ormai appartiene tristemente alla categoria delle regioni più inquinate d’Europa, non solo per la qualità dell’aria o per il fatto che “i gamber pescaa in del Lamber” siano solo un lontano ricordo, ma anche per il fatto che la disastrosa gestione del nostro territorio, da parte dello stato italiano abbia portato ad una spaventosa cementificazione e ad un consumo del suolo spropositato e senza criteri sostenibili.

Tutto ciò che abbiamo elencato qui sopra era attuale sia 20-30 anni fa che al giorno d’oggi. Semplicemente trattandosi di tematiche scomode per chi, oggi come allora, deteneva e detiene il potere, sono diventate un argomento tabù nel dibattito politico e culturale attuale. Negli ultimi tempi l’oppressione ed il marciume del cosiddetto sistema-mondo si è fatto più palese, diventando sempre più distopica ad un velocità impressionante. Tuttavia è anche e soprattutto per questo che noi lombardi fieri di esserlo, appartenenti ad una realtà europea “in via d’estinzione”, abbiamo il dovere morale di resistere nella nostra ultima trincea, a sua volta rappresentata dal comunitarismo, dall’econazionalismo e dall’etnonazionalismo cisalpino, promossi da Grande Lombardia. Perchè se non sai da dove vieni, non puoi capire dove stai andando, dal momento che non sai dove ti trovi.

Salut Lombardia!

 

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La battaglia di Legnano e il suo vero significato

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In occasione dell’anniversario della Battaglia di Legnano che ha avuto luogo il 29 maggio 1176, quando l’esercito della Lombardia comunale sconfisse l’esercito del Barbarossa, in molti ambienti lombardisti si ricorda questo evento come una festa dell’etnonazione lombarda. Tuttavia vi sono e vi sono state anche molte altre interpretazioni e purtroppo non mancano nemmeno quelle in cui a questa battaglia viene dato un valore superficiale oppure del tutto sbagliato.

Alcuni la vedono semplicemente come una vittoria dei lombardi sull’invasore germanico, nonostante il fatto che anche nel contesto alpino-padano sia un evento dal valore piuttosto parziale, visto che da una parte, nella Lega Lombarda, sotto la Croce di San Giorgio si siano riunite città come Milano, Brescia, Reggio di Lombardia, Bologna, Vercelli e Genova, mentre dall’altra parte ci fu Pavia, Lodi, Como e il Marchesato del Monferrato che restarono fedeli al Sacro Romano Impero. Pensiamo anche al fatto che non solo queste città ma anche Vicenza, Novara, Asti e lo stesso Piemonte abbiano come stemma/bandiera la Croce di San Giovanni Battista che è stata proprio l’insegna del Sacro Romano Impero. Per altri invece la battaglia di Legnano ricopre un ruolo negativo, visto che la Lega Lombarda fu usata dal Papa per contrastare il potere imperiale e che con la vittoria delle autonomie comunali si è dato vita a quel campanilismo fratricida basato sul commercio, sul quale ci hanno guadagnato i futuri invasori,  dagli spagnoli e dagli austriaci all’odierno stato italiano.

Tuttavia, entrambe le anime storiche della Lombardia, ossia quella comunale e quella imperiale, rappresentano un patrimonio irrinunciabile della nostra terra. Guardando i fatti da un altro punto di vista si può comprendere che la Croce di San Giorgio rappresenti i lombardi che si riunirono, anche mettendo da parte i campanilismi, per la propria Patria (si chiamava Lega Lombarda, non a caso), la libertà e la propria dignità e quindi alla necessità di compiere questa impresa anche contro gli invasori di oggi, mentre dall’altra la Croce di San Giovanni Battista rappresenta non solo quella potente entità,avversaria del parassita clericale che occupa Roma da 2000 anni, ma anche un impero al quale la Lombardia appartenne per secoli e difatti ricordiamo che anche dopo la battaglia di Legnano la Lombardia restò sotto il SRI, e il Barbarossa, dovette fare i conti con le esigenze dei lombardi.

Quindi la data è si importante, ma se dobbiamo veramente individuare una data rappresentante una festa che riguardi tutti i (Gran)Lombardi  e che rappresenta la vera nascita della nostra etnonazione, quella non può essere che il 2 aprile 568, data in cui i Longobardi di Alboino calarono in Gallia Cisalpina, liberandola dai bizantini e mettendo le basi per la creazione del Popolo e della Civiltà Lombarda. Nè guelfi, nè ghibellini, ma semplicemente Lombardi!

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“Prendetevela con i padroni e non con i migranti”

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Da parte di molti ambienti pseudoribelli (come per esempio i centri sociali) e anche “complottisti” capita spesso di sentire la critica secondo la quale sarebbe errato prendersela con l’immigrazione di massa e con il degrado che con essa consegue, perchè i veri oppressori sarebbero i politici oppure gli esponenti della finanza internazionale, i quali istigando all’odio nei confronti degli immigrati alimenterebbero la guerra tra poveri.

Ma se anche prendessimo per vera la versione secondo la quale saremmo nel pieno di una guerra tra poveri sembra proprio che in Occidente questa guerra stia ora andando palesemente a sfavore della classe medio-bassa autoctona, visto che la crescente disoccupazione colpisce principalmente essa, e ovviamente anche perchè gli autoctoni stessi sono sempre più sostituiti dai nuovi arrivati in quartieri che ricordano ormai delle casbah o dei ghetti criminali.

Tutto ciò non potrebbe accadere se gli esponenti delle orde provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente non fossero difesi e sostenuti dai media di regime e dalle magistrature che spesso e volentieri li lasciano praticamente impuniti anche dopo gravi crimini, infliggendo però pene severe non solo ai cosidetti fascisti ( la legge Mancino sarebbe una bufala?), ma anche agli autoctoni che reagiscono al degrado causato dalla società “multiculturale”.

Gli invasori afro-asiatici non potranno mai essere nostri alleati contro il “capitale” (senza considerare che nel nostro caso il nemico è anche lo stato italiano), semplicemente per il fatto che loro sono alleati dell’alta finanza (sfido chiunque a provare il contrario), rappresentata anche da ONG e altre organizzazioni pseudoumanitarie, essendo strumentali ad essa. Ai padroni l’invasione è utile sia per la storia della forza lavoro a basso costo, che per la storia dei voti da guadagnare per alcuni partiti. Agli invasori stessi invece questa alleanza torna utile per conquistarsi lo spazio vitale in Europa a nostro danno. Senz’altro è vero che una società individualista e cosmopolita è destinata a soccombere quando si scontra con società più tradizionaliste e aggressive, ma è anche vero che dalla loro parte abbiamo sia il governo corrotto italiano che i vari enti sovranazionali.

Se qualcuno invece vuole parlare dell’Occidente che scatena guerre nei loro paesi d’origine, vorremmo anche ricordare l’esistenza di paesi islamici che sono alleati della NATO, cosa che però non gli impedisce di finanziare l’islamizzazione dell’Europa. Quindi andando contro l’immigrazione si va inevitabilemente anche contro i padroni. Non ha alcun senso prendersela con i mandati ma vedere nei loro soldati dei probabili alleati. Altro che “fascisti servi del capitale”.

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Indipendentismo o Nazionalismo?

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Alla luce della recente e definitiva svolta della Lega Nord in senso “italianista”, e della conseguente scissione dei “duri e puri” rimasti fedeli all’indipendentismo, quale potrebbe essere una scelta giusta? Visto che spesso e volentieri si confonde il termine “stato” con il termine “Nazione”, non riteniamo propriamente corretto limitarsi alla contrapposizione dei due schieramenti sopracitati. Dall’altra parte invece, come dimostrano gli eventi in Catalogna, l’indipendentismo fine a se stesso è ben poco utile, perchè è alquanto ingenuo sperare che gli enti sovranazionali possano favorire la disgregazione degli stati ottocenteschi dell’Europa Occidentale, così come è ingenuo pensare che gli stati stessi di rettaggio giacobino possano concedere dei referendum per l’indipendenza, soprattutto se si tratta di territori economicamente produttivi.

La soluzione, dunque, sarebbe il prendere coscenza in senso nazionalista, ma non esaltando un inesistente unico popolo italiano dalle Alpi alla Sicilia, bensì etnonazionalista, vedendo la Lombardia per quello che è, ossia un’etno-nazione che ha sempre svolto il ruolo di ponte tra il Mediterraneo e l’Europa Centrale (cosa che riguarda anche il Nord-Est reto-venetico), plasmata dall’identità gallo-italica e longobarda. Anche se i problemi di matrice economica non vanno affatto trascurati, i tempi oggi sono innanzitutto maturi per un identitarismo alpino-padano in chiave comunitaria, identitarismo che è stato a lungo marginalizzato dalla stessa Lega Nord, la quale ha preferito diventare parte integrante del sistema Italia.

Magari, quella che proponiamo non è una strada che porta a soluzioni pratiche nell’immediato presente, ma è altrettanto utopico e insensato pretendere di poter fondare una nazione, basandosi solo su ragioni fiscali, considerando anche che la Lega Nord negli ultimi 30 anni in questo senso, abbia fallito miseramente.

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Grande Lombardia: omaggio a Gilberto Oneto

oneto-terraCome si può capire dal nome del nostro movimento, noi Lombardisti, da coerenti etnonazionalisti riteniamo che il termine Grande Lombardia sia il migliore per indicare l’Italia settentrionale per una serie di motivi che noi abbiamo già esposto in molte altre sedi. In molti però storcono il naso, ricordandoci che quella che noi intendiamo non sarebbe altro che la Padania.

Tuttavia, per chiunque ne fosse interessato, è assai facile trovare non poche legittimazioni storiche ed etno-linguistiche per definire con il termine Lombardia, in senso stretto la parte continentale dell’Italia nordoccidentale (ossia la Lombardia Etnica), ed in senso largo per tutte le terre cisalpine (Grande Lombardia). 

Delle preziose informazioni a riguardo, sono state date da uno dei principali ideologi della Lega Nord Gilberto Oneto, nella rivista bimestrale “Quaderni Padani” (https://archivio.associazionegilbertooneto.org/), nella sua pubblicazione “Come si chiama questa terra”.

Cartina dell’anno 1590, il cui autore è il cartografo fiammingo Abraham Ortelius.

In questo articolo pubblichiamo le parti salienti di questa sua pubblicazione, riguardanti il termine Lombardia:

“A riprova della totale identità fra Lombardia e Padania viene la denominazione della Lega Lombarda che, nelle sue varie edizioni, ha unito città oggi lombarde, piemontesi, venete, emiliane e romagnole. La presenza di queste ultime dimostra che nel XII secolo la Lombardia aveva inglobato anche le aree dell’esarcato che non erano mai state longobarde. Ancora nel settecento le carte lucchesi indicavano i territori ai propri confini settentrionali con lo Stato di Modena come “Parte della Lombardia” . Lo spazio denominato Lombardia si è contratto col risorgimento con la creazione di una regione Lombardia entro confini che non avevano riscontro nella storia. Il Ducato di Milano aveva infatti altri limiti e la regione moderna ha inglobato terre che erano state piemontesi (Lomellina, Oltrepo) e veneziane (Bergamo, Brescia) per lunghi secoli. Scompare nell’Ottocento l’uso quasi millenario del nome Lombardia per indicare la Padania. Alla regione padana viene da allora attribuita.
una serie di nuove denominazioni, tutte scrupolosamente e inevitabilmente italo-centriche: Italia Superiore (termine usato da geografi e studiosi come Costantino Nigra), Italia settentrionale, Settentrione, Italia del Nord, Nord o Norditalia (nomi impiegati normalmente sia nel linguaggio burocratico che in quello popolare). Tutte queste denominazioni peccano di semplicismo e tendono a ridimensionare l’identità padana ad una appendice di un centro romano e italico. L’intento riduttivo e di annientamento è evidente: a nessuno verrebbe in mente di chiamare la Scozia Inghilterra del Nord o la Baviera Germania (o, peggio, Prussia) del Sud. In questo equivoco gioco sono caduti anche molti autonomisti padano-alpini che hanno accettato di chiamarsi “nordisti” e che utilizzano termini come “Altaitalia”, “Repubblica del Nord” e simili”.

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Elezioni del 4 marzo, tra politica e ideali

Giudicando la scena dal punto di vista dei nostri (non solo) principi, Salvini che giura sulla Costituzione della RI e sul Vangelo (come Boldrini, Bergoglio o anche come un qualsiasi neocon americano), verrebbe da dire che il tale non sia altro che un mediocre che pur di avere la speranza di aumentare il proprio peso politico sarebbe disposto a rinunciare alla coerenza, ed anche ad alcuni nobili principi (purtroppo traditi anche ben prima della svolta italianista di Salvini) I quali hanno contraddistinto la Lega nei suoi primi anni dalla fondazione. Alla fine però, nonostante ciò non si può biasimarlo più di tanto, perchè al giorno d’oggi crescere politicamente, soprattutto se si parla di alti livelli, vuol dire innanzitutto il sapersi adattare all’ambiente, o in altre parole essere disposti a rinnegare  a dei punti della propria ideologia ritenuti troppo scomodi, nel nome di un mero opportunismo, così come fare compromessi di dubbio valore morale e di dubbia utilità anche nel lungo termine (basta ricordare gli inciuci tra le LN e Berlusconi).

Molto spesso si da per scontato che le idee forti siano difficilmente applicabili alla massa, motivo principale per il quale la cosidetta estrema destra, per avere qualche possibilità di avere un successo concreto debba avvicinarsi alle varie centro-destre. Anche se è vero che certe idee non siano per tutti, qui non si può fare a meno di mettere in luce un altro problema. La cosidetta destra “mediocre”, molto spesso riesce ad emergere, mettendo in ombra altre forze politiche più “estreme”, e per questo marginali, non solo grazie alla massa che tende alla moderazione, ma anche grazie a coloro, che a parole essendo duri e puri, preferiscono sostenere con i fatti non quei movimenti che gli sono più affini ideologicamente, ma quelli che hanno più seguito, avendo posizioni più accettabili per il sistema, come in questo caso lo è diventata la Lega di Salvini. Attenzione, qui non vogliamo criticare quelli che in mancanza di una valida alternativa al marasma neomarxista, preferiscono votare per il meno peggio, e nemmeno quelli che decidono di partecipare alle elezioni politiche, magari anche per grossi partiti avendo buone intenzioni, ma coloro che volendo sempre avere il piatto pronto e pur di non rischiare di restare emarginati, sono disposti ad assumere come proprio leader coloro che nei fatti si dimostrano talvola poco diversi dagli esponenti principali del sistema che dicono di criticare.

In vista delle prossime elezioni, come abbiamo già fatto in un’altra sede noi di Grande Lombardia invitiamo gli identitari lombardi a votare per i candidati della Lista Fontana (essendo le loro proposte le più accettabili dal nostro punto di vista, trattandosi di autonomia sia fiscale che culturale, cioè il minimo che la Lombardia meriterebbe), per quel che riguarda l’ambito “nazionale”, non occorre certo una mente geniale per capire che le opzioni preferibili sarebbero appunto la Lega di Salvini (nonostante tutto), oppure l’astensione, anche se qualcuno potrebbe ritenere opportuno votare Casapound nonostante i disaccordi sulla visione dell’Italia. In poche parole vorremmo ricordare che pur ritenendo necessario il cercare di influire sul quadro politico con i mezzi disponibili, la cosa da non fare mai è quella di rinnegare i propri ideali, solo per questioni di convenienza per quanto estemisti ed utopici possano apparire. In un’epoca in cui la menzogna è legge, anche dire o sostenere la verità è un atto rivoluzionario.

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Perchè siamo Lombardisti

Per chi ci conosce bene appare evidente che da un punto di vista ideologico noi di Grande Lombardia assumiamo posizioni controcorrente non solo nel contesto di questa società globalizzata in cui sono in voga i disvalori mondialisti, ma anche nel contesto della cosidetta “area” nazionalista/identitaria italiana in cui nella stragrande maggioranza dei casi fa da padrone l’idea italianista, spesso ispirata al famigerato ventennio e che dunque non vede di buon occhi qualsiasi istanza non solo indipendentista ma anche autonomista o federalista, bollandola come un qualcosa di dannoso in questi tempi, che non farebbe altro che danneggiare la “Sacra Patria” italiana.

Anche se per qualcuno è un concetto duro da comprendere è un controsenso allucinante cercare di combattere il pensiero unico esaltando gli stati sovranazionali ottocenteschi come appunto l’Italia, la Francia, la Spagna o il Regno Unito. Perchè se analizziamo la storia di questi stati notiamo facilmente che essi hanno avuto delle dinamiche incredibilmente simili al sistema globalizzato che oggi cercano di imporci. Sia in Italia che in Francia (non è un caso se si dice che la Repubblica Italiana sia una creazione francese) e nella Spagna di Franco, ma anche nella Gran Bretagna (basta ricordare i crimini perpetrati dagli inglesi a danno degli irlandesi) si è sempre cercato di assimilare le minoranze etno-linguistiche a volte con le menzogne e e le falsificazioni e a volte anche con la violenza. E badate bene che qui non parliamo solo di quelle minoranze comprendenti poche milgiaia di individui, spesso situate nelle zone presso i confini, ma di quelle realtà etniche e storiche, che possono essere tranquillamente considerate delle nazioni senza stato  non solo grazie all’estensione del proprio areale paragonabile agli odierni stati europei di medie dimensioni, ma anche grazie all’esistenza di una propria lingua e di una propria cultura particolare che in molti casi fu considerata prestigiosa in passato, pensiamo all’occitano, al veneto ma anche alle loquele gallo-italiche come il piemontese e il genovese.

Proprio per questi motivi appare chiaro che tutti i discorsi il cui obiettivo sarebbe quello di affermare che gli italiani dovrebbero smetterla di cianciare di “deliri campanilisti” e “nazileghisti” perchè dovremmo stare più uniti in questi tempi si differenziano ben poco dalle quattro frasi fatte di coloro che affermano che l’euroscetticismo sarebbe un male oppure che le razze e le etnie non dovrebbero esistere in quanto questa divisione creerebbe guerra fra poveri (sic!). Proprio perchè noi siamo etnonazionalisti coerenti (se il primo beota che passa ci da dei “regionalisti localisti” non è un problema nostro) rifiutiamo qualsiasi tipo di mondialismo in qualsiasi scala, cioè sia quello che vuole fare gli italiani costringendo i lombardi etnici a rinnegare la componente gallo-romanza e mitteleuropea della propria identità (come avviene purtroppo con successo dal 1861 e badate bene che affermare ciò non significa affatto rinnegare la propria componente sudeuropea) , così come quello che vorrebbe un Europa abitata da “brasiliani” che si considerino cittadini del mondo.

In poche parole, chi critica l’immigrazione afro-asiatica ma rimane indifferente o adirittura felice davanti alla scomparsa dei popoli autoctoni alpino-padani dovrebbe tacere, chi invece si lamenta di essere “schiavi di Roma” e di dover mantenere il Mezzogiorno, ma considererebbe come “nuovi lombardi” qualsiasi extraeuropeo, dovrebbe fare lo stesso.

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Anche quelle piccole sono vittorie

Ieri si è concluso il referendum per l’autonomia delle Regioni “Lombardia” e Veneto, le quali hanno visto un’affluenza rispettivamente del 40% e del 60%.

In entrambi i casi più del 90% dei votanti si è espresso a favore di maggiore autonomia dallo stato italiano. Anche se i detrattori cercano di sminuire i risultati del referendum lombardo (fare lo stesso con quello veneto è un pò più dura) allundendo all’affluenza che è stata inferiore al 50%, non si può certo trascurare il fatto che 3 milioni di residenti della Regione Lombardia si siano fatti avanti per esprimere il proprio consenso su quella che viene anche chiamata questione settentrionale. Appare evidente che in Veneto il successo sia stato più grande,  tuttavia anche i risultati del referendum lombardo non possono essere considerati un fallimento, considerando anche l’assenza del quorum.

Oltre ad essersi presentata l’opportunità di miglioramento della situazione da un punto di vista fiscale, opportunità che i lombardo-veneti hanno saputo sfruttare relativamente bene, i risultati delle votazioni evidenziano anche altre tendenze positive:

  • La maggioranza schiacciante dei votanti, come è stato evidenziato sopra, ha votato per il sì, mentre gli scettici e i nemici dichiarati del referendum (nonchè i nemici di ogni istanza di autodeterminazione, dai neofascisti ai marxisti arcobalenati) hanno pensato bene (senza ironia) di non votare proprio. Questo dimostra che la parte più sana della popolazione della Lombardia e del Veneto si è dimostrata politicamente più attiva, nonchè più interessata al proprio destino e al destino della propria terra, il che ci rende alquanto fiduciosi.
  • In Veneto c’è stata un’affluenza maggiore che in Regione Lombardia, mentre nella Regione Lombardia stessa le affluenze nel bresciano e nel bergamasco sono state nettamente più alte che a Milano. In poche parole si è visto maggiore interesse a tematiche di autodeterminazione in quelle aree che sono state meno colpite dal degrado migratorio degli ultimi decenni. Anche se qualcuno potrebbe pensare che questa sia una coincidenza, questo dato darebbe conferma del fatto che nulla ci vieta di conciliare la lotta all’immigrazione di massa con la lotta per il diritto all’autodeterminazione dei popoli granlombardi, ormai ridotti a minoranza nella propria terra.
  • In Europa stiamo assistendo anche ad altre tendenze e cambiamenti positivi come in Catalogna e in Europa Centrale dove alle recenti elezioni in Cechia, Austria e Germania hanno avuto fatto evidenti progressi i partiti euroscettici contrari alle politiche migratorie di Bruxelles.

Ora non ci resta altro che vedere se i risultati di ieri porteranno veramente qualcosa di concreto, anche solo in termini economici e dal nostro canto vogliamo ribadire sia ai Lombardi che ai Veneti di buona volontà di sfruttare bene anche le altre occasioni come queste che capiteranno in futuro, innanzitutto per se stessi e per dimostrare che la nostra causa non è persa come molti vorrebbero farci credere,  e non certo per fare un favore alla Lega Nord. E infine ricordatevi che il vero concetto di Lombardia e di Veneto è ben più ampio e profondo di quello compreso dai suddetti enti amministrativi attuali e che entrambe meritano di essere considerate molto di più che delle semplici regioni italiane più ricche delle altre.

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Andate a votare!

Come molti sapranno, domani si terrà il referendum sull’autonomia della Regione Lombardia e della Regione Veneto.

Per quanto le suddette entità amministrative non abbiano confini etnolinguistici corretti, va comunque considerato che una devoluzione dei poteri da Roma a queste regioni sarebbe di gran benificio per i Granlombardi che abitano sotto la loro giurisdizione.

Del resto niente vieta che i confini possano essere in seguito modificati con referendum locali, come quello che una coalizione di cittadini sta avviando nelle province di Novara e del Verbano Cusio Ossola per passare dalla giurisdizione della Regione Piemonte a quella della Regione Lombardia.

Abbiamo spesso sentito dire da più fonti che si tratta di un referendum inutile perché in quanto consultivo non è vincolante e le Regioni potrebbero già di loro iniziativa chiedere più poteri.

In effetti, si può rinoscere ai detrattori del referendum che non si conosce l’efficacia pratica del voto visti che non vi è alcun vincolo e che dovrà nascere una trattativa tra la Regione e il governo centrale per ottenere maggiore autonomia.

Nonostante ciò, quello che sicuramente si può ottenere è un chiaro messaggio della popolazione contro lo sfruttamento assurdo e i soprusi burocratici (non esiste pari al mondo) cui i Granlombardi sono soggetti da parte della Repubblica Italiana.

Abbiamo infatti davanti ai nostri occhi il caso della Comunità autonoma della Catalogna che, stufa di regalare ben 8 miliardi al resto del Regno di Spagna, sta chiedendo l’indipendenza perché è stato loro rifiutato un serio federalismo.

Ma se la Catalogna ha diritto di fare la vittima perché in 5 milioni di abitanti devono versare 8 miliardi a Madrid, cosa dovrebbe fare la Regione Lombardia che in 10 milioni di abitanti versano tra i 50 e i 70 miliardi annui netti a Roma?

Una cifra procapite che è oltre 5 volte quella catalana!

Che poi fossero soldi che aiutassero veramente l’economicamente arretrato Suditalia a uscire dallo stato in cui trova!

In realtà, questi soldi finiscono principalmente ad alimentare il parassitismo romano e alle varie organizzazioni criminali di stampo mafioso presenti nel Sud della penisola.

Per queste ragioni possiamo quindi pensare che il voto di domani possa essere considerato una sorta di elettrocardiogramma della popolazione.

Vedere insomma se l’ “organismo” è ancora voglioso di vivere e sconfiggere il parassita che lo affligge o se è oramai arrivato allo stadio finale e si è quindi arreso al decorso fatale della malattia.

Per questo Grande Lombardi invita tutti i Granlombardi che hanno diritto a votare nei referendum che si terranno domani a partecipare e a votare Sì.

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