Lombardesimo e venetismo, nemici o alleati naturali?

Dal confine alpino al crinale dell’Appennino Tosco-Emiliano, l’Italia transpadana e cispadana, ha una sua specifica ragione di essere, una sua fisionomia economica, produttiva, storica e anche linguistica. La Liguria, il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia e le tre Venezie, cioè l’intera Italia settentrionale nel suo insieme, forma un’armonica unità geografica, economica, etnica e spirituale, degna di governare sè stessa.

Gianfranco Miglio

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Chiunque ci segue saprà di sicuro che il Lombardesimo, l’etnonazionalismo cisalpino, promosso da Grande Lomabardia, contrasti con il venetismo, per il fatto che il primo parli di un’unica Nazione comprendente tutto il Settentrione della Repubblica Italiana, mentre il secondo rifacendosi alla Repubblica di Venezia, vede in un ipotetico centralismo milanese una minaccia non da meno di quello romano. In effetti le due ideologie presuppongono davvero non poche differenze. Il nostro Lombardesimo è un’ideologia intrinsecamente legata al Nord-Ovest della RI, macro-area linguisticamente gallo-italica (riconosciamo tranquillamente che il raggio d’azione di Grande Lombardia sia concentrato innanzitutto nella Lombardia Etnica), di ascendenza celto-ligure. Il venetismo, dal canto suo, per ovvi motivi è legato al Nord-Est reto-venetico, linguisticamente appunto veneto e retoromanzo. Il Nord-Ovest per gran parte della sua storia è stato politicamente diviso e più spesso in balia di potenze straniere (dopo la gloriosa parentesi di Gian Galeazzo Visconti), contrapposto ad un Nord-Est plasmato negli ultimi secoli dalla medesima Serenissima Repubblica di Venezia, un potentato che nel suo periodo di massima espansione arrivò a comprendere l’odierno Veneto, Friuli, la Lombardia orientale e gran parte della costa adriatica dei Balcani. Il Nord-Ovest è sempre stato una delle terre economicamente più sviluppate d’Europa mentre il Nord-Est è tornato ad esserlo in tempi relativamente recenti dopo un lungo periodo fatto di povertà ed emigrazione. Attualmente nel Nord-Ovest l’identità locale è sull’orlo dell’estinzione a tratti in modo quasi irreversibile, mentre il Nord-Est per vari motivi l’ha conservata meglio.

Alla luce di tutto ciò, si può però dire che si tratti di due realtà completamente diverse ed incompatibili? Nel loro insieme in verità assolutamente no, dal momento che al netto delle differenze sopracitate le due realtà condividano lo stesso spazio geografico posto tra le Alpi e gli Appennini (tra la Penisola Italica vera e propria e l’Europa continentale), la similitudine etno-linguistica, la storia (l’epopea della Lega Lombarda del 1167 ne è solo un esempio)e non da ultimo le sfide legate all’attualità.  Difatti, se si può parlare di una certa incompatibilità, essa è più legata al fatto che il Lombardesimo sia interessato a promuovere la riscoperta del concetto medievale di Lombardia. Essendo tale concetto legato alla Langobardia Maior (con le dovute variazioni) ed all’intero spazio geografico alpino-padano, esso comprende pure il Triveneto andando così a contrastare con l’identitarismo venetista che appunto si ispira alla Serenissima Repubblica di Venezia, in origine un “frammento” bizantino incastonato in Cisalpina, divenuto in seguito una potenza marittima, politica e commerciale.

Con l’espansione di Venezia nella terraferma, l’unità linguistica e culturale che contraddistingueva lo spazio geografico alpino-padano venne spezzata. A riprova di ciò pensiamo al fatto che dal XV secolo in poi, in gran parte del Triveneto molte parlate simil-gallo-italiche o retoromanze (pensiamo in primis a Verona e Trieste) vennero soppiantate dal dialetto veneziano, che sta alla base della lingua veneta odierna. Tale “cluster” linguistico essendo il più latinizzato ed il più privo di influssi celto-germanici, nel contesto alpino-padano, risulta il più simile all’italiano. Del resto nel Basso Medioevo è attestata l’esistenza di una koinè lombardo-veneta (detta anche koinè lombardo-medievale o koinè padana) il volgare illustre dell’Italia settentrionale, la cui esistenza è testimoniata anche dal “padre” della lingua italiana Dante Aligheri, e da studiosi linguisti più recenti come Bernardino Biondelli, Adolfo Musaffia, Carlo Tenca, Graziadio Isaia Ascoli e Carlo Tagliavini. Quest’ultimo citò tali autori medievali come Bonvesin de la Riva, Giacomino di Verona, Uguccione di Lodi e Girardo Patecchio come esponenti principali di tale koinè linguistica.

Abbiamo quindi da una parte un identitarismo basato in primo luogo su fattori etnici, mentre dall’altra un identitarismo basato più sulle glorie di un’entità statale esistita in passato, entità statale che però non poteva dirsi esattamente uno stato etnico. Difatti sarebbe assurdo parlare di un unico popolo da Bergamo a Perasto (o anche Candia), per quanto a qualcuno ciò possa sembrare più accettabile della retorica dell’unica famiglia dalle Alpi alla Sicilia. A questo punto uno potrebbe tirare in ballo i veneti antichi, popolazione da una parte distinta dai celti cisalpini, ma dall’altra strettamente legata a questi per vincoli genetici, culturali e pure storici. Ci basti pensare ai territori che furono dei celti cenomani, corrispondenti alle odierne provincie di Brescia e di Verona, i quali vennero in seguito inseriti nella Regio romana X Venethia et Histria. Ma oltre a questo dobbiamo pure tenere a mente che il Triveneto, tra la presenza di popolazioni retoromanze (i quali ricordiamo vivono in zone sfuggite alla venetizzazione, motivo per cui pure oggi parlino i loro idiomi che rappresentano una versione “arcaica” del gallo-italico) e le varie minoranze slavofone e germanofone, è tutt’altro che etno-linguisticamente omogeneo. Infatti se da una parte può essere comprensibile la volontà dei veneti di smarcarsi dai lombardi, lo è anche la volontà dei friulani di smarcarsi dai veneti stessi. E a proposito di Friuli, non possiamo fare a meno che ricordare dell’antica presenza dei celti carni, e del profondo segno che ci lasciarono i longobardi sia in termini genetici, che in termini storici. Pensiamo al tempio longobardo di Cividale, e al fatto che fu proprio l’odierno Friuli, il luogo in cui ci misero piede i longobardi stessi condotti da Alboino, una volta entrati in Cisalpina. In poche parole, quella che fu l’Austria longobarda è parte integrante della nostra storia e della nostra identità.

Tuttavia ritengo che non sarebbe giusto liquidare il venetismo come ideologia nemica a prescindere, così come il liquidare la Serenissima come un vecchio stato-apparato commerciale “bizantino” senza alcun valore.  Noi lombardisti ovviamente preferiremo sempre ispirarci al sogno di Gian Galeazzo Visconti, il quale ad un certo punto fu ad un passo dal riunire sotto Milano ed il Ducale Insubrico l’intera Cisalpina e la Toscana, riportando così in vita quella che fu la Langobardia Maior. Però dobbiamo ammettere che con la sua morte, il Ducato di Milano non solo perse le terre conquistate ma andò gradualmente in rovina finendo per essere in balia di varie potenze straniere, cosa che culminò col disastroso dominio spagnolo, precursore di quello italo-romano in quanto a malgoverno mediterraneo. Disastroso dominio spagnolo dal quale sfuggirono Bergamo e Brescia, che sotto Venezia conobbero un discreto grado di autonomia e prosperità, al punto che con l’invasione da parte della Francia napoleonica, molti lombardi orientali, come Moscheni ed il brigante bergamasco Paci Paciana entrarono nella storia (storia trascurata dalla storiografia italiana) come rivoltosi anti-francesi, dimostrando fino all’ultimo la loro avversione nei confronti degli occupanti giacobini, e la loro fedeltà alla Repubblica di San Marco. Senza dubbio, la Serenissima va anche ommaggiata per il ruolo fondamentale che svolse nel contrastare l’avanzata ottomana nel Mediterraneo.

Quindi sono del parere che il “longobardo” lombardesimo e il “bizantino” venetismo non debbano essere per forza visti come due pensieri che si escludono a vicenda a prescindere. Non solo perchè i nostri “bizantini” ce li abbiamo pure noi gallo-italici in Romagna così come il Triveneto ha i propri “crucchi” tra minoranze germanofone e zone piuttosto longobardizzate, andando a formare così una nostra diversità che sarebbe una manna dal cielo in confronto a quella che siamo costretti a subire oggi, ma anche in virtù del fatto che condividiamo lo stesso spazio vitale e che veniamo oppressi allo stesso modo sia da Roma che da Bruxelles, che da altri scherani del mondialismo.

Nel contesto europeo, un etnostato alpino-padano, senza zavorre di vario tipo, avrebbe la potenzialità di essere un gigante economico, il quale pure in altri ambiti unirebbe il meglio dell’Europa continentale con il meglio dell’Europa mediterranea, e che tra le altre cose svolgerebbe la funzione di ponte pure tra l’Europa occidentale e quella centro-orientale, aspirando ad un ruolo di prim’ordine nella rinascita identitaria del Vecchio Continente. Che questo sia realizzabile o no, ritengo comunque che si tratti di una direzione verso la quale varrebbe la pena muoversi. Che poi questo stato debba essere unitario, federale o anche confederale, ora come ora è giusto che sia materia di discussione. Così come è materia di discussione, se i popoli alpino-padani debbano ottenere la libertà, marciando sin da subito tutti insieme, oppure se per tale fine, devono puntare ad un eventuale effetto domino.

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